Marocco: fuoco di ginepro tra le montagne del Saghro
Sono le nove, forse le nove e mezza. I telefoni sono quasi scarichi, l’orologio è spento da un paio di giorni e, a conti fatti, non vale la pena di usare la poca energia rimasta nella powerbank per capire l’ora.
Siamo semplicemente fermi, al buio, in un orario imprecisato della sera, a scrutare il cielo sopra le montagne del Saghro in attesa di un bagliore.
Sappiamo che questa notte, in tenda, a questa altitudine sarà una sfida da vincere con tanta pazienza e tanti quiz da fare a mente, indovinando città italiane con la G o con la N, immobilizzati nel sacco a pelo con esposti solo occhi, naso e bocca. La temperatura minima prevista per la notte è -3 gradi e abbiamo ormai imparato che sono gli ultimi minuti prima dell’alba quelli in cui il freddo è più difficile da sopportare.
Daoud e Idir hanno da poco acceso il fuoco e ora questo grosso tronco di ginepro, così diverso da quello che vediamo solitamente in Appennino, sta diffondendo un incredibile profumo dolciastro, mai sentito, che ci tiene incollati lì attorno un po’ per scaldarci, un po’ per non perdere nemmeno un minuto di quell’essenza.
Idir e Hamou da qualche minuto stanno osservando delle strane luci che si muovono ad arco nella valle dietro di noi, mi voglio convincere che stiano in qualche modo parlando di UFO in un dialetto berbero, ma so che con tutta probabilità stanno solo discutendo di traiettorie di aerei. Lo strano movimento di quelle lucine aggiunge d’improvviso un velo di inquietudine a quell’attesa, mista alla consapevolezza di non avere la più vaga idea di dove potremmo collocarci sulla mappa.
Assurdo per me che cammino sempre con la traccia sul telefono, anche quando fingo di vagare a caso per i boschi.
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Che ci facciamo a gennaio, con questo freddo, attorno a un fuoco di ginepro, su questo passo di una remota catena montuosa marocchina?
La risposta veloce è che aspettiamo che la luna sorga da dietro i monti, in direzione del Jebel Kouaouch, scalato poche ore prima.
La risposta più articolata è che abbiamo programmato un trekking in Marocco ed è la quarta notte che campeggiamo, accompagnati da una guida, da due aiutanti e i rispettivi muli.
Per la prima volta siamo fuori dall’Europa e per la prima volta non siamo in autonomia ma seguiamo la guida Hamou su sentieri che spesso non esistono o sono letti asciutti di torrenti e cascate.
Il Saghro è un posto incredibile, i suoi picchi che si ergono in altipiani e valli ricordano scenari da Far West. Per ore si cammina nella natura più selvaggia tra formazioni rocciose nettamente diverse da quelle a cui siamo abituati in Europa e anche la vegetazione sembra non somigliare a nulla di conosciuto, tanto che l’improvvisa apparizione della malva, dopo giorni di flora sconosciuta, è quasi un’epifania.
Ogni tanto, tra le rocce, abbiamo visto sorgere villaggi costituiti da più case sparpagliate, a corte interna, da cui a volte arriva qualche rumore o qualche voce di bambino. Prima della partenza abbiamo cercato invano di localizzare l’itinerario e i villaggi sulla mappa ma è stato quasi sempre impossibile. Tra le montagne appare invece qualche muretto di rocce dei pastori nomadi che, sfuggenti, ci passano a fianco portandosi via le pecore, le capre, i cani e il mistero della loro vita e delle loro tuniche sotto le quali appaiono scarpe da ginnastica, jeans e giacche nere di pelle.
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È un mondo che sembra disabitato ma allo stesso tempo pieno di persone nascoste. Pastori in cima alle montagne che cercano campo per telefonare, altri pochi escursionisti con guida, soprattutto vicino al Bab N’Ali e alla roccia elefante, bambini che arrivano dal nulla cercando di vendere piccoli ciondoli di lana, cani senza padroni, scoiattoli che corrono veloci tra le rocce, piccioni che misteriosamente abitano l’alta montagna.
È un mondo di vento e sole, anche a gennaio, in cui nasce presto la necessità di coprirsi la testa e soprattutto le orecchie dall’aria e dalle scottature.
È dunque terminata da poco la cena, preparata con cura da Daoud e Idir. In cinque giorni, con immensa gentilezza, ci hanno fatto assaggiare vari tipi di tajine, con carne, verdura, uova. Daoud la mattina precedente ci ha stupito con i pancake, mentre stasera lui e Idir hanno deciso a sorpresa di cucinarci degli spaghetti. Noi, abituati ai pasti improvvisati nei bivacchi o a pranzi veloci con pane e formaggio su qualche roccia, siamo quasi imbarazzati da tutto questo cibo, e, allo stesso tempo, affascinati e incuriositi da questi piatti. La stessa insalata che ci accoglie ogni giorno a pranzo ha un sapore speciale e difficile da dimenticare.
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Anche l’idea dei bagagli trasportati è strana per noi, ci spiace per lo sforzo dei muli che da qualche giorno e per strade più brevi vengono condotti da Idir e Daoud alle tappe successive portando tende, provviste e soprattutto acqua, dove in effetti acqua non c’è.
D’improvviso appare una prima luce proprio dietro alle montagne a cui sto dando le spalle convinta che la luna sorgerà in un’altra direzione. Quel bagliore si trasforma poi in una striscia opalescente che sembra davvero tutt’altro, forse il famoso UFO di prima.
Infine ecco una luna quasi piena, luminosissima, inedita per chi l’ha quasi sempre vista in pianura.
La accogliamo con esclamazioni di festa in varie lingue e vari dialetti, dei quali abbiamo già avuto modo di cogliere assonanze e equivoci.
È tempo di entrare nelle nostre tende e affrontare questa notte di gelo a cui domani seguirà l’ultimo giorno di cammino che, tra neve, ginepri e colline disseminate di minerali, ci porterà alla guest house di Tagdilt, un piccolo villaggio nella provincia di Ouarzazate.
Ricordando quei giorni, quei mondi attraversati, tutte quelle alternative di vita, mi risuona in testa un vecchio verso di Le vent nous portera: “Infinité de destins, on en pose un et qu’est-ce qu’on en retient?”
Quanti possibili destini e quante possibili vite, abbiamo visto da vicino in quei giorni percorrendo gli stessi sentieri. Come sarebbe stato nascere e vivere tra quelle montagne?
Dopo un mese mi sento ancora lì a contemplare quei destini possibili e ad aspettare quella luna attorno a un fuoco di ginepro.