Iosonouncane e Dumbo Gets Mad| L’estate che veniva
“Ma è stato il luglio più caldo della mia vita”
Ho scelto l’album del 2013 di uno psichedelico duo di Reggio Emilia trasferitosi a Los Angeles, perché Quantum Leap rimane qualcosa che inizia a luglio e la cui una data conclusiva resta da definire.
Fresco, ghiacciato, a mollo, a bagnomaria, a guazzetto come Sabrina Ferilli senza braccioli ne “La Grande Bellezza”, sbarazzino come Betty Page che ride sullo sfondo di una spiaggia caraibica, stuzzicante come Alain Delon a bordo vasca, il sognante pop psichedelico dei Dumbo Gets Mad non permette di focalizzare il desiderio: la tentazione potrebbe essere il muscolo dorato che si contrae nella bracciata e nel riverbero dell’onda, o l’acquetta dalle mille bolle blu dal sapore di sale, il profumo del cloro.
Birichino, agitatello, estremamente diretto in brani come Maleducato e Cougars, Quantum Leap è quello a cui penso, che ascolto, mentre i miei colleghi si prendono sul serio (il salto quantico, un piacere tutto personale): lo scenario è languido, sofisticato, la cannuccia lunga e il bicchiere gelato, deliziosamente appannato dalla condensa.
Indian food fa venire in mente il brutto vizio di masticare ghiaccio e il clima fresco sa di morbida pigrizia e disimpegno, nonostante la calura. Bam bam.
Malgrado i testi in inglese, in Quantum Leap rimangono elementi fortemente italiani come la particolare sensibilità al dettaglio estetico e la ricerca di un suono sofisticato e completo, tipici di una certa corrente di una certa musica che unisce a un gusto barocco, la deriva dell’indie, una malinconia edonista, l’ultima festa, la caducità del male di vivere, la fugacità del tempo, la tensione dell’impresa, la frivolezza dei tempi futuri.
[Sento le voci sì mi sento chiamare dalle mie fantasie, dal profondo del mare. Proteggi questo tuo ragazzo e no che non finirà non finirà mai. Non mi lamento affatto, no non voglio scappare, in realtà qui non è niente male]
E’ proprio l’evidente perfezionismo e i richiami baleari dell’indie di Quantum Leap (Radical Leap) che mi hanno fatto venire in mente un altro album –un altro luglio– fortemente estivo, ma in senso del tutto opposto e sperimentale, e si passa dall’oziosa sabbia dorata delle Maldive a un vero e proprio naufragio.
Die, di Iosonouncane è mare e dettaglio nel senso ancestrale del termine.
Album categorico uscito nel 2015 ma ancora in giro con il MANDRIA TOUR, Die è un lavoro ermetico, nel senso che lascia appena appena intuire grazie a retaggi istintivi dove vada a parare. L’elettronica di Jacopo Incani è fatta di tonalità sempre coriacee e fortemente contrastate, monolitiche, i ritmi perfetti dati da un sambling di una precisione matematica. Le parole si rincorrono seguendo una geometria circolare, il sole, il giorno, il seme, il mare, i fianchi, il mattino trascinato dagli alberi, e il gioco è quello di richiamare l’ascoltatore a un continuo stato di commozione.
Si passa quindi dalle acque cristalline e vagamente alticce di Punch&Tea, viste prima, al disarmante magone di solitudine di Paesaggio e alla cinetica vergine e spensierata di Stormi. Viene in mente una giovinezza ingenua fatta di ermetismo e irsutismo tutti made in Italy, che fanno pensare all’Isola di Arturo con qualcosa di altrettanto cupo e ancestrale, definitivo come lo sbattere del mare sulla battigia.
Questione di chimica, incastri e lunghezza d’onda, di iodio nel mare, di anetolo della macchia mediterranea che dà luce alla solarità pulita dei sei brani studiatissimi, materialmente sensuali (Carne) e in grado di imprimere impressioni definitive e dirette, senza giri di parole.
Di assoluto ha il mastodontico, la lirica positiva dei testo che sono quasi pragmatiche promesse e ritmi totalizzanti.
Corre dalla fronte tra i capelli
ed ogni giorno rivedi
ancora vive negli occhi
le correnti nel mattino che riprendono il mare.
E con la morte nel cuore correrò per tornare.
(Stormi)
“Mi stendevo sulla rena assolata, che somigliava a un bel corpo di seta, nel suo tepore carnale. Mi abbandonavo, quasi cullato, alla leggera stanchezza del mezzogiorno, e avrei voluto abbracciarmi con la spiaggia intera”
(E.M. L’isola di Arturo)